Slow Food Editore S.r.l.

08/13/2017 | Press release | Distributed by Public on 08/12/2017 16:55

Uova contaminate, troppi segreti in tavola

Chi controlla chi? A chi è affidata la sicurezza di quello che mangiamo? Sono alcuni interrogativi che in questi giorni ritornano prepotentemente alla mente di noi cittadini, alla luce del nuovo scandalo alimentare delle uova contaminate da un insetticida vietato sugli animali destinati alla catena alimentare (il fipronil). Uova prodotte da allevamenti olandesi ma che sono già arrivate in quindici Paesi europei prima che scattasse l'allarme.

Dopo i sequestri, il nostro Ministero della Salute puntualizza che in Italia non si segnalano problemi. Questa dichiarazione ci dovrebbe tranquillizzare, anche se le cifre dello scandalo sono in continua evoluzione e il caso sembra ancora lontano dall'essere circoscritto. Non serve da consolazione nemmeno il fatto che, a quanto assicurano gli esperti, la sostanza incriminata dovrebbe essere consumata in modo consistente per provocare effetti gravi.

Senza indulgere ad allarmismi di sorta, possiamo comunque affermare che un simile attentato alla salute impone alcune riflessioni. Ciò a cui stiamo assistendo in queste ore è un imbarazzante scaricabarile tra i governi di Olanda e Belgio. Si scopre che i primi focolai dell'emergenza vennero individuati fin dal novembre scorso, ma che nel frattempo non si è intervenuti: i controlli troppo blandi, privi di uniformità a livello comunitario, sono quindi all'origine di un 'bug' che ha messo in crisi l'intera rete europea della distribuzione, agevolato dalla triangolazione dei prodotti (la merce sequestrata in Italia, ad esempio, arrivava dalla Francia).

C'è da sperare che sarà questo il primo punto in discussione il prossimo 26 settembre, nella riunione convocata dalla Commissione per discutere del caso.

Non si può infatti pensare che le merci circolino senza controllo da uno Stato all'altro se a monte non ci sono standard comuni, a maggior ragione se consideriamo che sono oggi in discussione trattati globali come Ceta e Ttip, dove non esiste nemmeno una base giuridica comune come quella assicurata dall'ordinamento europeo.

Per legge le uova hanno stampigliato sopra un codice alfanumerico che, tra le altre cose, indica il paese di provenienza. Se vediamo la sigla It sappiamo che sono state prodotte in Italia. Ci basta per stare tranquilli? No, perché i due terzi delle uova consumate in Italia sono contenute in altri prodotti quali pasta, dolci e numerose altre preparazioni. In questo caso non esiste obbligo di tracciabilità e non è indicato il Paese di provenienza degli ingredienti.

E veniamo al secondo insegnamento che possiamo trarre da questa vicenda: occorre togliere il segreto sulla destinazione finale dell'import di tutti i prodotti alimentari. Assicurando, in tal modo, una tracciabilità vera di tutta la filiera, un'etichetta che racconti ogni singolo passaggio degli ingredienti..

Vorrei a questo punto aggiungere un ultimo spunto di riflessione. La stragrande maggioranza degli scandali ha origine nei grandi allevamenti e nelle produzioni intensive di cibo. Gli allevamenti industriali trasformano gli animali in macchine da cibo, influiscono negativamente sull'ambiente e richiedono continui aiuti farmaceutici per evitare contaminazioni.

Ѐ il momento di ripensare davvero il nostro sistema di produzione alimentare. Troppo spesso, oggi, la megamacchina che lo governa non dà il giusto valore al cibo, non rispetta il lavoro di chi lo produce, il consumatore, gli animali e l'ambiente. Ma è possibile invertire la rotta ed esistono già esempi positivi in tutto il mondo, ispirati a un'agricoltura di prossimità e a un consumo capace di uscire dalle logiche superproduttivistiche e dall'accumulo dei 3×2 destinati troppo spesso alla pattumiera.

Carlo Petrini

da La Repubblica del 12 luglio 2017

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